Riflessione al Consiglio Pastorale Diocesano
Una definizione di vocazione? Correndo il rischio di scrivere cose che già si sanno, sono convinto che faccia bene ridirsele per affinare la comunicazione e alimentare l’entusiasmo su una dimensione della vita che coinvolge tutti. La vocazione è una chiamata di Dio; un appello che nella coscienza pian piano si fa spazio e la persona capisce che non viene da lui, da lei, ma viene da “qualcosa” d’altro, “dall’Alto”. Parte da un’intuizione: “posso aspirare a qualcosa di più”. La vocazione è quel modo attraverso il quale la persona scopre di poter donare la propria vita; quegli spazi, quei servizi, ma anche quell’atteggiamento interiore e quella generosità che una persona si trova a vivere e a scegliere; quella missione attraverso la quale la persona sente che può fare la differenza in questo mondo. E se non la fa lui, o lei, non la fa nessun altro! Tocca a lui, tocca a lei! “Fare la differenza” agli occhi di Dio, ovviamente, non agli occhi del mondo. Vocazione è il modo con cui una persona mette in gioco la propria vita e sente di “stare nell’amore”, sente di amare veramente.
Come posso rispondere alla chiamata di Dio? Come posso fare della mia vita un dono per il Vangelo? Cosa Dio desidera per la mia vita? A cosa Dio mi chiama? La domanda vocazionale è accompagnata anche da inquietudini, paure; a volte è mimetizzata tra altre domande; a volte questa esigenza viene confusa con altro; altre volte si fa spazio, però viene messa da parte, non sapendo, o scoprendo magari più tardi, che in gioco c’è una vita donata, una vita che nel modo di vivere, pensare, sperare, amare, lottare, prende gusto.
La vocazione è un’esperienza che nasce e cresce in un tessuto ampio di relazioni. Può essere utile pensare a relazioni “verticali” (Padre, Figlio e Spirito Santo) e relazioni “orizzontali”, cioè con gli altri, con il proprio mondo interiore, con la realtà che una persona sta vivendo, realtà parrocchiale, associativa, lavorativa, familiare; relazioni orizzontali con la Chiesa, anche con la Diocesi, con i bisogni della società, con le sue urgenze. C’è un mondo che ha bisogno e io sento, intuisco, inizialmente che posso fare la mia parte. C’è la mia parrocchia che ha bisogno e sento l’intuizione, un piccolo entusiasmo, una iniziale disponibilità a mettermi in gioco.
La vocazione viene da Dio! Anche questo dobbiamo ridircelo. Perché è Dio che si coinvolge in una libertà che si fa fatica a capire come si muove. Come ragiona lo Spirito Santo? Non lo so! Se lo sapessimo, ci comporteremmo di conseguenza. Veramente! Dio, nella sua libertà, chiama. Qualche esempio: c’è una ragazza che vede che il suo parroco anziano perde il filo del discorso anche durante la Messa e dice: “Ma c’è qualcosa che posso fare?”; c’è una parrocchia che ha un parroco prestante, brillante, e non si muove niente a livello vocazionale. Non capiamo lo Spirito come agisce!
Vocazione è trovare “il proprio posto nell’amore” e lasciarsi definire nella nostra persona da Dio, da come Dio ci vuole. Attenzione, piccolo aggiustamento: noi forse abbiamo in mente che la vocazione è un “progetto” che Dio ha pensato, l’ha nascosto e poi “gioca a nascondino” con noi. Si prenderebbe gioco dei nostri sentimenti. Invece no! A volte abbiamo in mente che la vocazione sia qualcosa di segreto che Dio non ci fa vedere e magari anche ci fa un po’ soffrire. La vocazione non è qualcosa di nascosto che Dio non vuole mostrarmi, è qualcosa che Dio è disponibile a mostrarmi se mi ci metto dentro, se cerco nella mia libertà. Non è un progetto esterno a cui io mi devo adattare – questa è la grande angoscia in diversi giovani: “Dio ha pensato qualcosa per me e non mi ha chiesto permesso” – ma è quello che la mia volontà coinvolta con quella di Dio fa nascere. Cos’è che Dio nella mia volontà suscita, crea, se mi coinvolgo con la sua?
Altro punto: si inserisce nella storia personale. Ad ogni cristiano e cristiana Dio si è rivelato. Come? Quale tratto del volto di Dio ti ha fatto conoscere, sapere, gustare, e ha bisogno di te per dirlo al mondo? La vocazione nasce nella storia di ciascuno, anche molto travagliata, sofferta. Nessuna storia è lineare, nessuno vive tappe tutte chiare. E in quella storia si cercano i motivi per questa disponibilità! Suggerisco di non arrovellarsi nel chiedersi i motivi della non-disponibilità. A volte tante energie – vedo, osservo – le usiamo per trovare i motivi del “no” a Dio e, invece, ci sarebbero molte più energie, belle, serene, spese se si dice “sì”.
Dio chiama quando e come vuole, e non perde tempo con noi. Noto che viviamo in una tensione continua, nella fretta, in tempi serrati. Ci siamo tutti dentro. E il dubbio può emergere: “E se sto perdendo tempo?”, “Se ho iniziato un percorso ma non porta frutto?”. Ecco, Dio si serve anche di questo, non perde tempo con noi, non gioca con i nostri sentimenti, quelli veri, quelli che emergono nella preghiera, nei momenti di ascolto profondo della vita. E di noi non butta via niente.
Nelle nostre comunità quali attenzioni avere? Alcuni numeri: 5 condizioni, 9 atteggiamenti, 2 movimenti.
Si possono riconoscere cinque condizioni, pre-condizioni (cfr. Igino Biffi, Questioni vocazionali. Vocazione e discernimento da giovani per i giovani, 2005) immaginando che si possa sollecitare le nostre comunità e i possibili candidati ai ministeri battesimali: (1) la capacità di riflettere sugli avvenimenti ordinari della propria vita; (2) la capacità di descrivere ciò che si sperimenta; (3) l’abitudine alla preghiera personale; (4) la conoscenza di se stessi; (5) l’apertura a Dio e al suo orientamento. Una persona che sta dando del tempo in parrocchia per un servizio può essere aiutata alla riflessione su di sé, accompagnata perché possa creare una certa familiarità di preghiera, stimolata perché possa conoscersi un po’ di più o perché inizi ad orientare le sue scelte interpellando Dio, interagendo con Lui. La vocazione, infatti, è dare una direzione alle nostre decisioni e vivere una vita che ha un orientamento.
Nove atteggiamenti aiutano (cfr. Giovanni Molon, Narrare la vocazione ai giovani. Lo stile di Giovanni Paolo II, 2019), da una parte, a creare quel clima spirituale vocazionale, quello stile per narrare bene la vocazione, dall’altra, a porre condizioni interiori perché la persona stessa possa rispondere alla propria vocazione. Questi sono la stima, la fiducia, l’ascolto, l’empatia, l’autenticità – cioè una persona autentica che fa quello che dice – il coraggio, l’interezza – cioè fare unità nella propria vita – la gioia e la gratitudine. Nove atteggiamenti che, stimolati nella parrocchia, danno un buon annuncio vocazionale. Immagino che un parroco o un CPP possa leggere questi nove atteggiamenti e per quell’anno pastorale possa puntare su quelli che mancano in comunità.
Due movimenti. (1) il movimento graduale, di accompagnamento, “un po’ alla volta”, “passo dopo passo”. Per esempio, il parroco o il CPP o qualche catechista si accorge che un giovane o un adulto, ha il cuore in parrocchia, vede che fa volentieri qualcosa e lo si accompagna gradualmente. (2) Il movimento diretto, puntuale. Mi viene in mente l’immagine dell’affondo nello sport della scherma. Un movimento diretto dove c’è la proposta. Gesù a un certo punto dice: “Vieni e seguimi”. Immagino frasi come: “Hai mai pensato di farti prete?”, “Non vedi che ti brillano gli occhi quando stai con i bambini?”, “Non pensi che questa tua felicità possa diventare una missione di vita?”. C’è un movimento graduale, ma anche il coraggio di una proposta, di una chiamata, e magari quella chiamata avviene attraverso di noi, viene da qualcuno che è della nostra parrocchia e fa il primo passo. Senza preoccuparsi di possibili traumi: in quelli che incontro, infatti, vedo che dall’“affondo” iniziale hanno iniziato a pensarci e sono passati magari anche anni. Non abbiate paura perché non proponiamo cose che “nuocciono gravemente alla salute”.
Concludo: stile e rete. Mi auguro che la vocazione possa essere uno stile spirituale, uno stile dello stare in parrocchia. Quegli atteggiamenti citati, quelle precondizioni, quei due movimenti, possono creare uno stile spirituale vocazionale: una persona che fa le cose mettendosi in ascolto di Dio, della sua Parola, in risposta a Gesù, stando in preghiera. E immagino una rete. Se il clima spirituale non è più cristiano – si parla di christianitas e della scristianizzazione della società – la rete può essere cristiana. Ho questa impressione: c’è una rete di relazioni, una rete di amicizia, di amore cristiano che si può creare e che raggiunge, si propone, tocca la vita dell’altra persona. Questa rete è possibile!
don Mattia Francescon
Direttore di Casa Sant’Andrea
Animatore vocazionale diocesano giovani
Articolo della
Rivista del Seminario
CorCordis 2026/1


